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Umberto Marinello – Novembre 2002

Le opere di Armando Felpati, in bilico tra pittura e grafica (pittura per l’uso del materiale, il colore acrilico; grafica per la rilevanza del segno che è sempre dominante), possono essere considerate la visualizzazione del moto perpetuo per le vorticose evoluzioni da cui sono caratterizzate. E’ un moto però che crea un senso di vertigine, di smarrimento, di disorientamento o, se si vuole, di “perdita del centro” e quindi di grande instabilità.
Trattandosi di opere non figurative affidate piuttosto alla gestualità, anche se razionalmente governata, la loro interpretazione e la loro lettura, anche al di là dei titoli che l’artista vi applica, quasi si trattasse di manifesti, dipendono in gran parte dalla sensibilità, dallo stato d’animo, dal pensiero del fruitore.
Vi si può individuare comunque l’immagine simbolica di quell’insicurezza che attanaglia ormai in senso irreversibile la nostra società, il nostro vivere quotidiano. Sul piano tecnico non si può non sottolineare, nell’impostazione nettamente grafica, la sicurezza del segno che viene studiato e condotto con grande precisione e puntualità.
Un segno però che riesce ad entrare in grande armonia con il colore, che in genere prende la completa campitura dell’opera e che nella maggior parte dei casi viene anch’esso usato con tecnica e impostazione grafica.
Segno e colore si fondono creando atmosfera, un’atmosfera appunto di vertigine.

***  Umberto Marinello – Gennaio 2004

L’arte ha spesso assunto nel secolo passato un ruolo di denuncia e di protesta.
Spesso un linguaggio dirompente ha stigmatizzato, attaccato, portato all’evidenza le contraddizioni di un mondo che è andato via via perdendo sempre più i suoi sani valori prostituendosi al potere, al successo, al profitto.
L’arte ha cioè nel XX secolo scoperto anche la sua vocazione sociale.
Su questa scia si inserisce a buon diritto l’opera di Armando Felpati, un pittore attento alla contemporaneità, interprete dei suoi malesseri e degli interrogativi che la travagliano.
Felpati è fondamentalmente un grafico che è però dotato anche di una grande sensibilità cromatica.
Come grafico si affida naturalmente al segno, gestito da una larga gestualità, governata però razionalmente, tesa ad una esattezza di definizione senza tentennamenti.
Il segno dà vita in questo modo a una serie di volute che accavallandosi, intrecciandosi, sovrapponendosi finiscono per creare un susseguirsi di vortici portatori di un senso di vertigine originato da ciò che può essere chiamato “la perdita del centro”, cioè la mancanza di un punto di riferimento sicuro cui ancorarsi.
E il tutto in un fondo mosso, ma anch’esso razionalmente governato, che nella ripetizione quasi ossessiva dello stesso motivo, o modulazione, introduce una sensazione di spazio profondo, indefinito.
L’acrilico, già di per se stesso materiale pittorico “freddo”, viene per lo più usato nella gamma fredda dei colori, cosicché quello spazio assume una valenza di tipo siderale, dove la vita sembra essere scomparsa o, per lo meno, congelata.
I titoli, scritti a grandi caratteri all’interno del quadro e parte integrante del quadro stesso, offrono una chiave di lettura dell’opera, chiave che va sempre nella direzione di una pittura impegnata e comunque attenta alle problematiche attuali.
Il ricorso alle volute coinvolge il lettore dell’opera in una sorta di moto perpetuo che non si sa da dove cominci, né dove vada a finire, in un equilibrio formale solo apparente, e provoca un intimo disequilibrio profondo, come nelle impressioni optical che fanno smarrire il senso di orientamento e di posizione.
Ecco, è proprio in questo smarrimento che sta soprattutto il messaggio di Felpati: l’uomo sta perdendo se stesso, sta perdendo il proprio passato, è proiettato verso un futuro incerto, imprevedibile, improbabile.
Una lezione su cui meditare.

***  Umberto Marinello – Gennaio 2005

Ho già avuto modo di dire in uno scritto precedente che quella di Armando Felpati è una pittura che, costruendosi su un segno che lacera il colore, e quindi l’atmosfera del quadro, si fa immagine di un malessere interiore profondo.
E il disorientamento provocato da tale malessere era visualizzato da un continuo intersecarsi di volute che nelle loro scansioni regolari creavano un effetto-optical che accentuava la sensazione di perdita di un qualsiasi punto di riferimento.
Ora le volute sono quasi completamente scomparse; il segno rimane, ma è affastellato in fasci pressoché unidirezionali, interrotti o intervallati da spazi che somigliano più a lacerazioni che a luoghi vivibili. Il colore sembra tendere ad uniformarsi sul grigio, da cui emerge qua e là qualche sprazzo di colore freddo (e l’acrilico ne aumenta la valenza) cui fanno da contrasto macchie di un rosso violento o degli arancioni degradanti verso il giallo, con una notevole sottolineatura alla drammaticità dell’opera.
Da quell’intrico verticale o orizzontale di segni, condizionati da quelle implicanze cromatiche, esce uno spazio che, conservando una connotazione siderale (e la sensazione di avere a che fare con spazi cosmici viene suggerita dall’andamento curvilineo dei segni e da qualche globo che sembra emergere da distanze incommensurabili) sembra essere attraversato da fughe, da linee di forza che hanno perso ogni controllo, ogni regola che possa essere ricondotta a logiche della fisica.
Si tratta quindi di un cosmo in cui il caos sembra prevalere, un caos che sembra preludere alla deflagrazione totale.
Probabilmente Felpati trasferisce a livello cosmico, dandogli quindi una dimensione apocalittica, quel male di vivere che caratterizza il mondo contemporaneo, attraversato da guerre, devastazioni, disastri ecologici che pongono seri interrogativi sulla possibilità di sopravvivenza del mondo stesso, oltre che dell’umanità.
Sul piano tecnico va osservato che il gesto largo che produce il segno in Felpati viene governato razionalmente, con una precisione che è indice di una sicura lucidità di pensiero.
Ed è proprio a causa di questa lucidità che si capisce che non si tratta di una reazione momentanea o contingente, ma di uno stato vero e proprio che è generato da una cruda e sofferta visione di una attualità che va degradando di giorno in giorno.

***  Umberto Marinello – Luglio 2008

Dalla presentazione in catalogo di Umberto Marinello – “Piove a Peraga Emozioni al Castello” – Mostra al Castello dei Da Peraga, Peraga – Vigonza (Padova) 2008

Spazia oltre i confini del vivere quotidiano proponendo un linguaggio astratto in cui segni, gestualità e luce creano atmosfere e luoghi/non luoghi di valenza cosmica.
E’, il suo, il proiettarsi in uno spazio infinito ed indefinito con vortici disorientanti che fotografano l’instabilità della natura umana: praticamente la perdita del centro.

***  Umberto Marinello – On personajo al mese da Quatro Ciàcoe – Giugno 2013

Ghe xe tanti modi pa manifestare el disajo de vivare in on mondo che pare che ´l gabia perso ogni pudore, in mèzo a zente che se spende soeo pa ´l proprio tornaconto, ´vendo messo da parte ogni senso de umanità. Ghe xe chi urla, chi protesta, chi denuncia. Ma ghe xe anca chi invesse se eassa trasportare da eà fantasia e el propone in canbio on non-logo dove poderse rifugiare e dove poderse imèrgere in un siénsio totàe dove regna eà armonia. Armando Felpati xe uno de coésti. El xe fondamentalmente on grafico passà a eà pitura: eò testimonia eà precision del segno, ´na gestuaità sicura guidà da ´na man sapiente, eà puntualità de intreci e linee de fuga, esplosion de corpi imensi che pare ingovernàbii, voeùte che se incrosa creando eà inpression de on moto perpetuo, te porta, vardando tuto el insieme, a individuare on equilibrio e ´na armonia che no ga gnente da védare o da spartire co ´l nostro mondo.
El coeore acrilico, co eà so briantessa, ma anca co eà so fredessa, trasporta chi varda el coadro in on mondo sideràe, dove tuto assume on vaeore diverso, dove el spassio xe sensa limiti, dove regna incontrastà eà energia. Eco, xe proprio coésto forse el senso pi profondo de ´e òpare de Felpati: riscoprire da dove probabilmente vegnemo; prevédare dove ´ndaremo a finire, ricordando che eà nostra vera casa xe l´universo dove tuto scomissia e finisse in energia pura, fasendo inténdare che eà materia altro no eà xe che ´na degradassion de cheà energia. E cheà energia no se manifesta soeo in te ´e vie de fuga, in te ´e esplosion, in te ´l grovijo de voeùte: a darghe ´na conotassion de movimento che no ga limiti, de ´na forsa ingovernàbie, de on spassio che sùpera tute ´e nostre cognission, de ´na dimension che va al de eà de ´e nostre conossense, de on universo che xe in continua espansion ghe pensa eà luce che, insieme al coeore e al segno, xe l´elemento fondamentàe che ghe permete al coadro de vegnerte incontro, quasi de agredirte, faséndote capire coanto picoi semo noantri e el nostro mondo. Sì, Felpati se sente projetà verso orizonti tanto vasti che i finisse pa sconbinare anca el nostro pensiero.

Un personaggio al mese da Quatro Ciàcoe – Giugno 2013 (Italiano)
Ci sono tanti modi per manifestare il disagio di vivere in un mondo che sembra abbia perso ogni pudore, in mezzo a gente che si spende solo per il proprio tornaconto, avendo messo da parte ogni senso di umanità. C´è chi urla, chi protesta, chi denuncia. Ma c´è anche chi invece si lascia trasportare dalla fantasia e propone in cambio un non-luogo dove potersi rifugiare e dove potersi immergere in un silenzio totale dove regna l´armonia. Armando Felpati è uno di questi. Egli è fondamentalmente un grafico passato alla pittura: lo testimoniano la precisione del segno, una gestualità sicura guidata da una mano sapiente, la puntualità degli intrecci e linee di fuga, le esplosioni di corpi immensi che sembrano ingovernabili, volute che si incrociano creando l´impressione di un moto perpetuo che ti portano guardando tutto l´insieme, a individuare un equilibrio e un´armonia che non hanno niente da vedere o da spartire col nostro mondo.
Il colore acrilico, con la sua brillantezza, ma anche con la sua freddezza, trasporta chi guarda il quadro in un mondo siderale, dove tutto assume un valore diverso, dove lo spazio è senza limiti, dove regna incontrastata l´energia. Ecco, è proprio questo forse il senso più profondo delle opere di Felpati: riscoprire da dove probabilmente veniamo, prevedere dove andremo a finire, ricordando che la nostra vera casa è l´universo dove tutto comincia e finisce in energia pura, facendo intendere che la materia altro non ç che una degradazione di quella energia.
E che l´energia non si manifesta solo nelle vie di fuga, nelle esplosioni, nel groviglio di volute: a dargli una connotazione di movimento che non ha limiti, di una forza ingovernabile, di uno spazio che supera tutte le nostre cognizioni, di una dimensione che va al di là delle nostre conoscenze, di un universo che è in continua espansione ci pensa la luce che, insieme al colore e al segno, è l´elemento fondamentale che permette al quadro di venirti incontro, quasi di aggredirti, facendoti capire quanto piccoli siamo noi e il nostro mondo. Sì, Felpati si sente proiettato verso orizzonti tanto vasti che finiscono per scombinare anche il nostro pensiero.

***Dalla presentazione della mostra Linee cosmiche – Cambiare tendenza – presso la      Biblioteca P. P. Pasolini di Cadoneghe (Pd) – 14 dicembre 2013

Le opere di Armando Felpati, non essendo portatrici di figurazioni riscontrabili nella realtà quotidiana, sono soggette all’interpretazione personale del fruitore che è chiamato ad una interazione con l’autore: che si concretizza in un rapporto empatico tanto più profondo quanto maggiore è la sua sensibilità.
Non è quindi sufficiente capire quello che si vede nel quadro, ma bisogna riuscire a sentire il messaggio che esso trasmette. E questo sentire dipende dalla nostra capacità di lettura.
Da buon lettore, non da critico, trovo in Felpati un tentativo, una tensione verso una dimensione altra che va oltre le cose che conosciamo nella nostra vita quotidiana.
Questa dimensione è caratterizzata dall’assenza: della materia quale noi conosciamo; dell’uomo e delle sue manifestazioni; del rumore assordante che connota la nostra società.
Si tratta di un silenzio cosmico, un silenzio che invita alla meditazione come spinta alla contemplazione.
La dimensione esplorata da Felpati è carica di simboli che portano a sondare in profondità l’essenza dell’essere: citando Mancuso, siamo in un universo che è energia, un’energia in espansione, fonte di creazione continua e perenne: noi e la materia non ne siamo che il frutto e in essa prima o poi dobbiamo essere riassorbiti.
L’immersione nella dimensione energia/cosmo può essere letta come un tentativo di superare il malessere esistenziale derivante dalla realtà in cui siamo costretti a vivere: un mondo che ha smarrito ogni principio, che ha rinunciato a cercare il senso della vita, che ha perso la propria umanità. Un mondo che vive in superficie, che sembra essere privo di senso e di prospettive.
Proiettandoci nella dimensione energia/cosmo, Felpati ci ammonisce ricordandoci che in rapporto all’universo noi siamo niente, meno di un atomo.
Felpati trasmette questa sua visione dei grandi temi dell’esistenza tramite una pittura che potremmo definire di linguaggio espressivo/astratto, ma, a ben guardare, essa nasce dal segno e si completa con il colore, nobilitandosi, anzi, sublimandosi grazie alla luce.
Si tratta di una pittura gestuale, ma certamente non istintiva: il suo è un gesto ragionato, guidato da una mano sapiente, sorretto da un pensiero ben definito che ognuno di noi è invitato a decifrare e che ci aiuta a capire il mondo in cui viviamo.
Il segno ci ricorda la sua formazione di grafico e crea vortici continui, esplosioni, fughe: un segno che dà senso al movimento identificandolo con quell’energia primordiale da cui tutto procede: un moto perpetuo, immagine della creazione in fieri.
Il suo segno produce anche forme ellittiche o circolari che si perdono nell’infinito in una proiezione di spazi incommensurabili. Sono volute che fanno pensare alla perdita del centro di nietzscheiana memoria: portano infatti in sé un senso di disorientamento forse causato da quella mancanza di un punto o di un appiglio di riferimento che caratterizza la civiltà contemporanea.
Il colore acrilico, nella sua freddezza e soprattutto nella sua lucentezza fa pensare agli spazi siderali, sede di quell’energia che è ancora allo stato puro, generatrice continua, ancora priva delle contaminazioni che si sono prodotte quando è diventata materia. Le tonalità, spesso molto intense, che vanno dal rosso aggressivo, all’arancione, al rosa, possono essere lette come rappresentazioni del fuoco che di quell’energia primordiale generatrice è la massima espressione.
Infine, la luce gioca un ruolo fondamentale nelle opere di Felpati. Essa ha la capacità e, direi, la funzione di amalgamare in un unicum le figurazioni che l’artista propone conferendo all’opera un equilibrio compositivo straordinario che diventa un modo per dire che l’origine non è il caos, ma che esiste un ordine superiore da cui tutto discende ed in cui tutto, noi compresi, dovremo ritornare.
Da tutto questo si deduce che le opere di Felpati indagano il senso della vita, che non intendono rappresentare l’esistente, ma l’essere nella sua essenza.
Sono opere che ci prospettano dimensioni universali ed eterne nelle quali l’essere che è energia si identifica in un universo che non ha limiti di spazio e di tempo, che non è statico, ma in continua espansione che equivale a creazione perpetua di cui noi non siamo che un’infinitesima parte, sia pur pensante.
Umberto Marinello

*** Dalla presentazione della mostra “libere emozioni”  presso il Centro d’Arte e              Cultura di Piove di Sacco (Pd) – Maggio 2016                                               

Ancora una volta Armando Felpati esprime attraverso la pittura la sua predilezione per quel mondo altro verso cui da sempre si sente proiettato con opere che hanno una chiara dimensione cosmica.
Le sue interpretazioni dell’universo ci parlano di una visione evolutiva che si manifesta in quelle espansioni inarrestabili che sono visualizzate da un groviglio di linee cosmiche e da fughe che bene esprimono il senso di infinito che lo caratterizza.
Questi suoi soggetti si prestano a vari livelli di lettura ed a molteplici interpretazioni.
Infatti non solo sono la testimonianza di un’appassionata indagine sulle origini e sulla natura dell’universo o degli universi, come si teorizza ora; un’indagine che sposa la teoria di quell’energia che a partire dal big bang ha tutto creato e che continua a tutto creare manifestandosi in modi diversi a seconda del grado di concentrazione e secondo un’evoluzione continua, ma possono anche essere letti come un rifiuto della realtà contemporanea e un rifugio in quel grande evento delle origini, quando appunto l’energia pura, non contaminata dalla presenza distruttiva dell’homo sapiens, non aveva ancora subito i danni irreversibili che tutti conosciamo.
In quell’universo/energia evocato da Felpati non c’è presenza umana, ma ci sono solo linee, volute, mondi, spazi, masse che si intersecano in un insieme caotico, dando un’immagine eloquente di quel caos creativo che è la matrice di quella creazione continua che si identifica con l’espansione.
L’indagine di Felpati però non si limita all’immensità e all’inarrestabilità dell’espansione: egli ci dice che l’immensamente grande si identifica con l’infinitamente piccolo mantenendo la stessa struttura e come l’infinitamente piccolo, un concentrato incommensurabile di energia esploso poi nel big bang si è parcellizzato dopo l’esplosione concentrandosi in mondi, in materia, con aggregazioni diverse, moltiplicandosi all’infinito, ha dato origine a quelle particelle infinitesimali che hanno formato anche noi.
Sul piano tecnico/formativo si può affermare che Felpati è un grafico che si è convertito alla pittura. Del grafico conserva la pulizia del segno e l’equilibrio compositivo. Del pittore va ammirata l’armonia cromatica e soprattutto il senso che egli dà al colore. Un senso che discende soprattutto dalla scelta che ha fatto: l’uso dell’acrilico. Con la sua freddezza e la sua lucentezza questo colore crea un’atmosfera siderale in cui la vita è in fieri, in cui domina ancora il caos, da cui l’effetto che si ricava è il disorientamento.
Se è una profezia, dovrebbe farci riflettere.

Umberto Marinello

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*** Silvia Arfelli

Gentilissimo Signor Felpati,

ho avuto la possibilità di vedere diverse sue opere su alcuni siti Internet che per il mio lavoro visito regolarmente, e sono rimasta molto colpita dallo stile maturo dei suoi pezzi, caratterizzati da un’accattivante ricerca formale ed estetica, in grado di uscire dai canoni più consueti delle proposte contemporanee e di coinvolgere e interessare gli osservatori. Ho annotato il suo nome, ho fatto anche altre ricerche sul web relative al suo lavoro e ho deciso di scriverle ……

Dr.ssa Silvia Arfelli “La Maya Desnuda” – Forlì, 22 gennaio 2018

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*** Flavio De Gregorio

Onorato  di rappresentare la sua arte porgo le mie più vive considerazioni per il suo alto ideale volto alle Arti  e alla Cultura.

cav.  Flavio De Gregorio – Presidente dell’Accademia  Santa Sara di Alessandria  –  14 aprile 2018

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*** Arianna Sartori

Gentile Sig. Armando

abbiamo ricevuto con molto piacere il suo bel dipinto 20×20 per la Collezione progetto per un Museo.

Complimenti per il suo lavoro.

La ringrazio e saluto cordialmente.

Arianna Sartori –  Archivio – Mantova, 17 maggio 2018

 

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*** Aldo Maria Pero – Il Movimento Arte del XXI Secolo presenta I suoi Artisti – Arte Mondadori – 2013

L´universo fantastico di Armando Felpati è senza limiti e si caratterizza per un astrattismo ora geometrico e ora poetico, sempre dettato dalla straordinaria eleganza di una sintassi raffinata e dalla suggestiva sapienza coloristica.

*** Aldo Maria Pero

Il Movimento Arte del XXI Secolo
VIII Gran Premio Città di Savona – Novembre 2014
ALTRI MONDI – Elogio del Surrealismo e dell’Astrattismo
Armando Felpati “Mondo parallelo” acrilico su cartone preparato 70×50 2014
“Mondo parallelo” di Armando Felpati, come spesso accade con questo felicemente
dotato e fantasioso artista, pone problemi interpretativi non facili da risolvere.
Le difficoltà nascono dalla spontaneità delle sue creazioni che mirano in particolare
all’integrazioni delle forme nei colori e ad un’elegante euritmia del materiale figurativo
utilizzato.
Nella fattispecie occorre pensare che, accanto ad un mondo primario, ne esista, appunto,
uno parallelo.
Ma qual’e’?
Aiutiamoci ricorrendo alle antiche cosmogonie che individuano nell’uomo l’origine del
mondo, un’idea che sfiorò anche Piero della Francesca.
Quindi Felpati, in questo quadro “mitografico” ha colto nel decorato azzurro della forma
superiore l’origine del suo inferiore, giallo, mondo parallelo.

*** Il profilo di Aldo Maria Pero – www.artedelXXIsecolo.it – giugno 2014

Armando Felpati è il protagonista di una lunga carriera caratterizzata da una tripla costante di fedeltà: alle proprie tematiche pur nelle infinite variazioni introdotte, alle consorterie artistiche di cui fa parte e ai luoghi. Del primo assunto si dirà; quanto alla pluridecennale milizia esercitata in Associazioni ed in Gallerie, fatto raro in altre contrade italiane, il gusto di esporre insieme ad amici fidati mi pare una caratteristica veneta e allo stesso tempo discendente dal carattere cordiale dell’artista. Resta il fatto che le Associazioni culturali padovane sembrano operare come i sodalizi di fine Ottocento e del primo Novecento allorché era frequente il caso che gruppi di pittori operassero insieme sia sul piano esecutivo che nell’allestimento di mostre. Facile citare al proposito la cosiddetta Scuola di Barbizon o la serie di collettive degli impressionisti francesi e degli espressionisti tedeschi, senza contare analoghi, ma meno stretti, esempi italiani. Se si pone attenzioni ai luoghi in cui Felpati ha esposto emerge Padova e forse più ancora la sua provincia. Por mente alla lista delle mostre significa ripassare la geografia della grande provincia veneta. In effetti, la carriera di Felpati si è snodata con una serie di appuntamenti fissi anno dopo anno con rare proiezioni oltre il “suo” territorio. Apprezzo l’opera ma non conosco l’artista e quindi eviterò considerazioni azzardate.
Il primo elemento da prendere in considerazione è una massa di lavori imponente impostata su due invenzioni grafiche, le figurine stilizzate e le volute parallele che in vario modo decorano le sue tele diventandone talora l’elemento dominante, l’autentico soggetto. Si potrebbero trovare altre analogie, ma Felpati, alla propria maniera, si è limitato ad operare allo stesso modo di Giuseppe Capogrossi, che si è affermato non per le opere di carattere figurativo ma per l’invenzione del “pettinino” graziosamente ripetuto le mille volte con altrettante variazioni sul tema. Invece i pochi critici significativi del maestro veneto hanno insistito sul suo essere un grafico piuttosto che un pittore. Ciò che nell’attuale scala di valori significa esprimere un giudizio che sminuisce la sua figura, che è quella di un pittore di grande talento. Capogrossi, al contrario, ha sempre avuto miglior considerazione. Eppure l’artista romano ha impostato una carriera su un’invenzione ed ha espresso una motivazione circa i contenuti dei suoi quadri perfettamente analoga («La mia ambizione è di aiutare gli uomini a vedere quello che i loro occhi non percepiscono: la prospettiva dello spazio nel quale nascono le loro opinioni ed azioni») a quella firmata da Felpati: «Intendo offrire al lettore un´ipotesi interpretativa, che non si fermi alla superficialità estetica, ma che colga la visione intrinseca del messaggio visivo».
Come si spiega la differenza di destini? Capogrossi era nato a Roma da una famiglia di ascendenze nobiliari ed ha avuto il sostegno di critici e di Gallerie in grado di fare la fortuna di un artista. Felpati non ha goduto di nessuna di queste chances ed è, anzi, ancòra alla ricerca di un critico che sappia efficacemente interpretare a fondo ed illustrare efficacemente il suo lavoro.

*** Aldo Maria Pero

Il Movimento Arte del XXI Secolo

XVIII Gran Premio Città di Savona – Febbraio 2018

Questioni di stile

Armando Felpati deve alle sue doti di illustratore la capacità di librarsi a mezza strada fra il reale e l’immaginario, il figurativo e il concettuale. Questa tesi è facilmente dimostrabile ove si prenda in esame una delle ultime sue opere, ″L’azzurro…felice″, che può essere considerata un’espressione della mitologia contemporanea. Quello del mito, al di là delle favole belle che racconta, è un mondo crudele nel quale le colpe si pagano spesso dopo generazioni, ma si tratta anche di vicende, ecco le favole belle, nelle quali eroi ed eroine di chiara virtù possono ottenere gli stessi privilegi riservati agli dèi. La tela di Felpati racconta le brutture morali e le desolazioni estetiche (quelle affastellate nel riquadro in basso a sinistra) del mondo, ma offre non una soluzione, peraltro impossibile, quanto piuttosto una forma di consolazione a quanto l’umanità peregrina deve patire, anche per sua colpa. Gli aedi moderni sanno infatti creare lavori che, partendo dal male che porta secondo Eschilo al nulla, indicano l’azzurra strada che in lente volute sale in alto, oltre le terrestri miserie, e trova riscatto in un luogo d’azzurro cerchiato ove il bene, il bello e la virtù contrastano tutto che al mondo è negativo.

 

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*** Antonietta Campilongo

Complimenti per il suo lavoro.

Antonietta Campilongo – OpenARTmarker – Roma, 29 marzo 2019

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*** Carla Rugger

La pittura di Armando Felpati ci induce a pensare a momenti di un sentimento soggettivo che trascende l’esperienza del sensibile per proiettarci in una dimensione esistenziale costellata di sensazioni rapide e brucianti che avvincono.

La sua opera, o il messaggio pittorico che ne scaturisce, pone in risalto dei “tagli”, frammenti decisi che lacerano lo spazio, calandoci in una densità poetica dove il segno, il tocco del colore si fa ardente; in questa intensità cromatica ricca di suggestioni, ci inoltriamo in un percorso mobile, dove il messaggio dell’artista si concentra e si esprime attraverso la sua personalissima e cosmica visione della realtà.

Ma questa “astrazione e penetrazione” singolare del linguaggio cromatico e incisivo dell’artista Felpati ci introduce in una particolare visione del suo “io” , modellato in forma ardente – ora quieto – mai fermo – o arricchito di espressioni modulate; ma pure – ed è importante, solcato di memorie ardenti.

 

*** Carla Rugger – Paris

Association Internationale des Critiques Littéraires – Paris

Singolarissime presenze sono parte integrante nell’espressione pittorica di questo artista, proiettato da sempre nella ricerca di nuove concezioni mentali – non solo ritmo e armonia – si fondono a provocare delle pause, canali di memorie che ritornano a scalfire un presente irripetibile.

Concezione astratta della forma, qui espressa con armoniosi intenti?

Ma questa espressione incontra la sua identità nel principio, appunto, di un’astrazione, che non è altro che una raccolta di elementi onirici, visioni di una realtà contraddittoria, arresti e risalite verso un approdo sicuro.

Queste entità sembrano sfuggire ad ogni controllo, tuttavia un ritmo interiore dispone la loro fuga in uno spazio concesso, talora il disporsi della cromia “cattura” le linee che si intersecano in un moto ondoso – pensiero espresso armonicamente in un susseguirsi di istanti – equilibrio mentale, ricerca appassionata.

Dove vive armonia regna il contrasto, realtà frastagliata, compositiva, ogni elemento incontra il suo punto d’appoggio, o l’avvio verso nuove ed esaltanti probabilità.

La prova del colore “cattura” – picchiettio, scivolamento del colore, piccole entità che diradano, si “aggrumano” a formare strani arabeschi, mosaici dalle forme perfette.

Un microcosmo volto a esprimere un vissuto; questi elementi fendono lo spazio, si muovono a un ritmo innocente.

Essi “dicono”, “parlano” il linguaggio muto del cuore; in questo “gettare” di elementi – contrastanti solo in apparenza, vive e si alimenta l´idea, da qui il gesto e il suo impeto, il dosato equilibrio tra forma e spazio atto a rinnovare, a ri-creare un desueto talora opprimente, vincolato da schemi e concezioni rigide di pensiero che trattengono una ribellione – infine, la sfida delle proprie possibilità per entrare in una dimensione dove tutto può accadere, o accade – per volontà dell’artista.

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 ***  Arte in terapia – a cura di Luigi Borettini – Reggio Emilia, 2018

Il cosmo, l’universo, i colori vivi che seguono linee precise, sono le immagini che percepiamo insieme, forse, a un senso di insicurezza che rispecchia la società.

Le curve e i segni di Felpati danno un’immagine precisa ma vorticosa, spirali si accavallano in perpetuo dando un senso di angoscia, precarietà, instabilità, smarrimento.

Felpati trasmette il senso di caos, della migrazione da un passato certo a un futuro ambiguo, nel quale i valori della tradizione sono smarriti e non è possibile prevedere gli sviluppi.

Questo è il messaggio che l’artista intende trasmetterci, sta a noi governare il futuro per non cadere in errore.                   

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*** Paolo Rizzi – Giugno 1991

Dalla presentazione della Mostra alla “Galleria Einaudi” di Mestre il 29 giugno 1991 a cura di Paolo Rizzi.

In Felpati il mondo dell´immagine non è più un mondo di rappresentazione, cioè non ci sono gli oggetti ma tutto diventa una macchia indistinta, quasi un´impronta magmatica entro cui noi cerchiamo di fissare l´occhio, vedete come l’artista arrivi quasi a delle screziature infinitesimali della forma, ma il nostro occhio in realtà non arriva più di tanto perché sotto, e l’artista ce lo mostra, c´è il mistero della stessa psiche umana, c’è il mistero del nostro inconscio.

Questi quadri di Felpati vogliono essere delle rappresentazioni di un paesaggio che non è il paesaggio naturale, ma è il paesaggio della nostra psiche, quello che dovrebbe essere dentro di noi.

Questo paesaggio caotico, magmatico, questo paesaggio cellulare che diventa anche un paesaggio fantastico e dentro al quale noi cerchiamo sempre per nostra convenzione di identificare delle forme naturali, come ad esempio questi due cerchi, che sono nient’altro che dei cerchi gialli che contornano dei cerchi scuri, diventano per noi quasi due occhi che ci fissano o meglio che fissano quello che è dentro di noi, gli occhi paurosi e misteriosi della nostra psiche.

E a noi in realtà diventa molto solleticante, molto inquietante affondare l´occhio in queste forme caotiche e magmatiche proprio per cercare, ed è un nostro vecchio vezzo millenario direi ancestrale, proprio per cercare quello che è l´ordine, l´ordine nascosto dietro l´apparente caos della nostra esistenza.

 

*** Paolo Rizzi – Novembre 1992

Dalla presentazione della Mostra alla “Galleria Donatello” di Padova il 29 novembre 1992 a cura di Paolo Rizzi.

Questi quadri sono come delle impronte, come se qualcuno si impiastricciasse le dita nel colore e poi lo buttasse sulla carta.

Tutto questo non è soltanto un gioco, un gioco decorativo, un gioco che cerca di arrivare alla novità di un´immagine per la novità, ma è anche un tentativo di capire quello che c’è sotto.

Sapete come gli scienziati adoperano le macchie di Rorschach per capire qual è la connotazione psicologica o psichica di un individuo.

Sono delle macchie d´inchiostro che si mettono in una carta, si schiaccia e poi si vede questa sorta di immagine dell´inchiostro schiacciato e si cerca di far interpretare da ciascuno che cosa vede all´interno di queste macchie.

Che cosa noi vediamo in questo sole, in questa sorte di collina di montagna, in questi paesaggi strani questo dipende da noi, siamo noi alla fine che stravediamo dentro.

L´artista ci ha dato in un modo anche molto raffinato ed elegante, gli strumenti per entrare dentro questi quadri, ma siamo noi che dobbiamo vedere quello che c´è dietro, o meglio non vedere.

Leonardo da Vinci era un maestro di queste cose e lui ci ha lasciato scritto della cose straordinarie.

Lui amava guardare nelle macchie dei muri, nelle muffe, nelle ceneri, nelle terre, nei muschi, nel vecchio legno e guardando fisso quasi con una fissità ossessiva, cercava di leggere quello che è dentro la materia.

Lui magari leggeva, guadava ed interpretava queste macchie, diceva: “Qui ci sono delle battaglie, dei cavalli che si muovono.

Di fronte ad un quadro di Leonardo da Vinci, la “Sant´Anna” che ci ha lasciato e che oggi è al Louvre, lui vedeva qualcosa di diverso e Freud che ha cercato d´interpretare Leonardo Da Vinci, addirittura guardando questo quadro di Leonardo ha creduto di vedere nel manto di Sant’Anna la forma di un uccello maligno.

Non lo sappiamo se ci fosse l´uccello non c´era probabilmente nelle intenzioni di Leonardo, ma forse Leonardo inconsciamente lo ha espresso.

Non c’era una lettura scientifica del quadro, ma Freud probabilmente aveva anche la sua ragione nel leggere, anzi nel non leggere, nel non vedere, meglio nello stravedere quello che c´era dietro l´immagine.

Ecco, come dire il lievito fantastico che appare in questa pittura, in genere nella pittura che si richiama a questo dato surreale, fantastico, onirico.

Tocca a noi in realtà leggere, qualcuno potrà vedere qualcosa di mostruoso, di orribile, qualche altro qualcosa di felice, come dire una voglia di cielo, di libertà, di felicità.

Allora siamo noi che improntiamo, se così si può dire, questi quadri nella nostra personalità e li interpretiamo secondo il nostro stato d’animo e ne diventiamo noi stessi gli autori al di là di quella che è la stessa volontà dell´artista.

Beh scusatemi, questa è una grande conquista della nostra cultura.

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*** Oscar Visentin

Armando Felpati è un artista che affida al potere cromatico tutta l´espressione del quadro.

I ritmi, bene equilibrati come in un concerto, hanno una forza dominante e dinamica che si espande fuori dai confini del quadro superando i limiti geometrici, sempre nel rigore di un dominante cromatismo.

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*** Anna Boscolo Artman

Felpati si distingue e si impone all´attenzione per una tecnica calligrafica molto decorativa e di effetto. L´artista che si pone sul piano dell´astrattismo, del metafisico, sa coniugare con armonia dinamismo e realismo in linguaggio metaforico e simbolico di forte interesse.

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*** Alberto Raimondi

Armando Felpati si inserisce nel panorama artistico italiano, con quella forza espressiva dotata di gusto e armonia.

L´opera, assolutamente astratta, con la quale si presenta, rivela una rara musicalità compositiva.

I ritmi in essa contenuti, rievocano antiche simbologie e dimenticate significazioni, mentre emergono nuovi enzimi pittorici da sinuose forme e strutturazioni più complesse ricorrendo a squilli timbrici di natura surreale.

Dobbiamo inoltre annotare una abilissima procedura cromatica armonizzata nell´intero sviluppo operativo.

*** Alberto Raimondi – Bologna, Ottobre 2001

Armando Felpati nella pittura astratta riesce a farci immaginare concetti difficilmente concepibili con altri mezzi artistici.

Sono i vorticosi ritmi che egli aziona magistralmente per coinvolgerci nella stessa dimensione da lui gestita e in questo vortice ottico vengono scoperti elementi paradossali di concetti filosofici e temporali che ci fanno meditare e approfondire su pensieri e problemi esistenziali.

È certamente questa la funzione magistrale dell´astrattismo che invita l´uomo ad una concentrazione mentale nel tempo e nello spazio, nel pensiero e nell´azione.

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*** Unione Cattolici Artisti Italiani – Roma, 2001

Ad un´arte di denuncia e di impegno ecologico e sociale, pur nella serenità, si ispira invece il giovane autore padovano Armando Felpati, presente alla rassegna con una quindicina di interessanti quadri.

Arte e Fede – Informazioni U.C.A.I. Unione Cattolici Artisti Italiani – Roma, 2001

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*** Edmondo Bellucci – Bologna, Aprile 2003

Armando Felpati è autore di interessanti immagini di carattere astratto, ma coinvolgenti per le ardite composizioni dalle molteplici volute grafiche come interpretazioni d´una energia centripeta dominante.

E’ questa la personalità frenetica che si espande, evoca, dissolve, si inserisce per poi svanire in una tonalità dominante di fondo che stabilisce un momento clou emergente.

In tal modo egli elabora una realtà contemporanea intrisa di vincoli e traversie nella ricerca sempre nuova ed esaltante che incarna sottili metafore psicologiche.

L´evidente simbolismo straripa e si trasforma nelle sue visioni spaziali ricche di un valido impianto compositivo.

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*** Franco Villa – Trento, Settembre 2003

Armando Felpati con un´opera schematica e con calligrafica precisione, propone immagini surreali e interpretate con varie colorazioni che ci colpiscono particolarmente.

Arte Informazione nº 76 sett. 2003

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*** Augusto Alessandri – Ottobre 2003

Armando Felpati, artista dalla personalità frenetica che riesce a cogliere i moti e le energie dei corpi e della realtà naturale con linguaggio astratto sempre vitale.

Informabano & Montegrotto nº 46 ott/nov 2003

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*** Giorgio Segato – Gennaio 2005

In occasione della personale “Linee Cosmiche” presso il Centro Piovese d´Arte e Cultura di Piove di Sacco.

Interessante percorso segnico e mentale.

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*** Claudio Massaro – Gennaio 2005

In occasione della personale “Linee Cosmiche” presso il Centro Piovese d´Arte e Cultura di Piove di Sacco.

Conosco le opere di Armando Felpati, ma vedendole finalmente esposte in maniera organica, devo dire che l´impatto è emozionante.

Veramente notevoli le evoluzioni che si esprimono per linee, soprattutto nelle opere che si rifanno allo Spazialismo.

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*** Mario Klein – Novembre 2005

La pittura-pensiero di Felpati colpisce per la vertiginosa e incalzante proposizione di messaggio e denuncia, oltre che per il ruolo di drammaticità affidato al colore.

La grande abilità grafica asseconda l´intimo bisogno comunicativo dell’artista che, nell’alfabeto del segno, stigmatizza un percorso pittorico altamente riflessivo e filosofico.

La dimensione di degrado del tempo che viviamo, con le progressive rinunce alla conservazione del passato e dei valori, provoca in Felpati una preoccupata necessità di riferire, informare sulla precarietà del momento e, attraverso il colore, indicare una auspicabie via di fuga per sottrarsi all´appiattimento del “nero” esistenziale.

Ecco allora che la funzione dell’arte si rivela in tutta la sua valenza sociale, affidando all’artista anche il ruolo di apostolo della speranza.

Il groviglio dei segni e i fasci di linee che dominano lo spazio del quadro, ora si interrompono, ora si lasciano attraversare da piani di colore, preferibilmente forte, se non violento, posti in posizione non necessariamente centrale.

Tutto concorre a creare con ogni singola opera, realizzata con l´acrilico, una serie di “tasselli” di un mosaico cosmico, dove il silenzio ossessivo indica l’urgenza del pensare, se si vuole dare una risposta alla sopravvivenza dell’umanità.

Metafora raffinata e intellettuale di cui dispone l´abilità espressiva di Armando Felpati.

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*** Giorgio Pilla – Maggio 2007

Dalla presentazione della mostra “Arte Padova in Venice” a cura di Giorgio Pilla – Maggio 2007

Il contorcersi del segno, ora uncinato altrove sciolto da matasse mentali che sgorgano in cerchi spruzzati di scintille cromatiche, portano il fruitore verso un percorso che conduce ad una visione di mistica ascensione.

Le citazioni presenti in due delle opere: “APPARENTE” et “ESSERE” delineano una profonda crisi esistenziale presente nella moderna società.

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*** Elena Gavazzi – Cremona 2008

Tratto dal libro “L’Arte e il Web – Verso nuove forme d’espressione della creatività” di Simone Fappanni, immagin@ria editrice – Cremona 2008

Il tratto deciso e perfetto rivela una padronanza del mezzo tecnico: tutto appare su uno sfondo denso di suggestioni geometriche.

La pittura diventa un mezzo per esprimere la propria fantasia unita ad un rigore razionale.

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*** Giampietro Cudin – Montegrotto Terme (Pd) – 2011

Dal depliant della mostra “linee cosmiche” al Museo Internazionale del Vetro d´Arte e delle Terme di Montegrotto Terme (Pd) – gennaio 2011

Il lavoro di Armando Felpati è la continua ricerca di superfici complesse, masse, costruzioni ritmiche in possesso di una loro luminosità, forme intermittenti che si collegano tra loro in un movimento armonico.

Sono vibrazioni di luce, collocate dentro un pensiero ove l´artista non vuole la forma ma un susseguirsi di segni animati, affascinanti, che si muovono in uno spazio definito di luce.

*** Giampietro Cudin – Direttore MAV

Graziella Mario – Armando Felpati
Espongono le proprie opere d’arte nel foyer del Teatro.
Appartengono ad un gruppo di Artisti denominato “Artisti della Saccisica”.
Realtà culturale più vive nella Provincia di Padova.
Da moltissimo opera in diversi ambiti confrontandosi con la pittura, la grafica, la fotografia, la scultura.
Graziella Mario e Armando Felpati questa sera espongono le propie opere d’arte nel foyer del Teatro come elemento autonomo di proposta, pronta al confronto della propria progettualità e creatività con coloro che osserveranno il quadro e vivranno le suggestioni che l’artista nel suo lavoro voleva esprimere, come messaggio del proprio vissuto interiore e culturale.
L’oera quindi come opus, ognuno ha la sua concezione nell’esprimersi, del senso estetico del lavoro ove fare non è contrapposto agli altri, ma libero dialogo nel gesto del costruire.
L’occhio libero dell’artista ha la capacità di comunicare con altri nell’azione di osservare l’opera, in uno spontaneo interagire, perché l’arte si comprende quando si vive l’arte.

Teatro Comunale Verdi . Padova – “Saggio 2017” a cura del Ballet Center

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*** Mariano Missaglia

Dal Grande Dizionario degli Artisti Italiani Contemporanei – Editoriale dell´Accademia Italia delle Arti e del Lavoro Salsomaggiore Terme 1979

Nelle opere di Felpati la timbricità del colore, rigorosamente controllata, arriva ad accostamenti egregi, a sfumature delicatissime, a vibrazioni impensate. Spazi magici, dove respirano riminiscenze ancestrali, si dilatano, si intersecano, si accavallano, come un sogno emblematico. Personaggi strani, ridotti a simboli inventati o scaturiti dal subconscio, raccontano miti umani e metafisici, con il loro muoversi in grotteschi atteggiamenti allusivi e con la loro totemicità dialettica. Così il suo linguaggio diventa carico di acuta metafora, dove le debolezze ed i problemi della società vengono sottolineati in una satira spiritosa ed intelligente, ed il caricaturale va a simbolizzare la necessità che l´uomo ha sempre avuto di spersonalizzarsi in una dimensione trascendente per poter ritrovarsi, con questa sublimazione precategoriale, ad una rinascita esistenziale del proprio “ego” espresso nella dinamica polivalente dell´oggetto realtà e poesia, immagine e pensiero magico.

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*** Ampelio Chinello – Montegrotto Terme (Pd) – 2011

In occasione della mostra personale al Museo Internazionale del Vetro d´Arte e delle Terme di Montegrotto Terme – gennaio 2011

Complimenti sinceri. Ho visto belle cose, non solo segni, ma colori e forme stupende.

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*** Gianna Stomeo – Galleria d´Arte Pinacoteca Stomeo – Martano (LE) – 2011

Ho avuto la possibilità di visitare e ammirare personalmente le sue opere attraverso il suo sito.

Sono affascinata dalla sua creatività e dalla sua tecnica, ad esempio l´opera “Segno” è veramente singolare.

Complimenti sinceri.

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*** Martina Calvi – Il Mattino di Padova – Paesaggi dell´immaginario, collettiva alla galleria Città di Padova 2003

Colpiscono tra i molti quadri: “l´albero della luna” di Armando Felpati, …

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*** Roggini Caminio – Teleuropa – Roma – giugno luglio 1978

Armando Felpati è presentato in catalogo dal critico Missaglia che giustamente di lui dice: “Ha tutti i numeri per inserirsi nell´agone degli artisti contemporanei”. Osservando le sue opere si entra in una pittura di mistero, che tuttavia mostra appieno la validità dell´artista.

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*** Luigi Toson

Felpati, con soluzioni di avanguardia, presenta realtà ripetibili nella luminosità sensoriale di schemi vissuti, interpretati e sublimati.

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*** Luigi Rincicotti

Galleria “La Cave” – Treviso 1974

Quest´opera è dipinta in maniera magistrale. Traboccante di poesia e di valori formali; l´autore è un attento osservatore del “grande libro dell´arte”.

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Galleria “La Cave” – Treviso 1976

Sempre interessante questo giovanissimo, che mantiene la sua ricerca su valori formali emblematici di pura matrice surreale.

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*** Antonio Oberti – Arte Italiana per il Mondo – CELIT Centro Librario Italiano – Torino

Spirito poliedrico con viva pregnanza coloristica e dinamica ha saputo trasferire dal pensiero alla tavola con tecnica mista (tempera – pastello – lacca) le sue inquietudini, le sue incertezze, le esasperate ed esasperanti dimensioni attuali della vita, fissando con occhi non vuoti le brutture e le miserie umane.

A testimonianza della sua palpitante passione e al coraggio morale insito nel suo intimo (coraggio che gli permette di esporre i propri pensieri su argomenti scottanti) il giovane artista padovano è stato insignito di numerose onorificenze.

Già fin dalle prime opere, avvalendosi di rapporti nitidi e timbri squillanti, di superfici ritmiche e di assonanze, Armando Felpati medita e approfondisce l´osservazione della realtà. Sono opere da lui stesso definite “futuriste”, di sapore arcaico, emotivamente ispirate, sospinte da irrefutabili impulsi, tali da ottenere effetti avvincenti e complessi.

È l´artista stesso, in occasione di una delle sue prime personali (1973) nelle sale dell´ARCI di Sottomarina (Ve) a chiarirci il suo pensiero: “Immerso nella condizione di spazio e tempo, l´uomo ci appare strumentalizzato dalla civiltà tecnologica, ed esso non può porvisi altri problemi perché è già costernato ed angosciato. A questo punto, intendo offrire al lettore un´ipotesi interpretativa, che non si fermi alla superficialità estetica, ma che colga la visione intrinseca del messaggio visivo, affinché si proponga coscientemente una dinamica per un nuovo stile di vita, incline a tutte le naturali evoluzioni, libero di agire seguendo le naturali leggi fisiologiche e libero di cercare la sua natura nelle molteplici vibrazioni cosmiche”.

Da allora tanta acqua ha lambito le sponde dei fiumi veneti e il suo linguaggio pittorico ha acquisito altre fiammeggianti vibrazioni, altri risorgenti turgori libertari e musicali, altre combustioni cromatiche.

Sono pagine di architettura astratta-surreale, di simbologia fantastica dove la realtà e la probabilità, l´evocazione e la denuncia attraverso lampi di luce cosmica ed effetti luminosi rivelano il dramma dell´uomo smarrito nell´incertezza e nell´incubo nucleare.

Su queste profondità atmosferiche e sullo scintillio stratosferico spesso fanno da contraltare esseri enigmatici, ossessivi e diabolicamente dinamici, dalla libera esplosione vitale protesa verso lo spettatore, modellati con un colore rosso sangue e perciò inquietante. Realtà o satira, metafora o tormento? A noi cogliere la parte più recondita dell´uomo e del pittore Felpati, quello che è maggiormente indecifrabile e sfuggente ad una interpretazione naturalmente convenzionale. Salvo poi a trovarsi assorbiti da un miraggio di strutture statico-dinamiche e seguire l´artista attraverso le velature cromatiche e il segno grafico equilibrato e suadente eppure aggressivo e guerrescamente ritmico.

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*** Roberta Filippi – ArteTvLab – 2012

Pittura e grafica, colore acrilico e segni visualizzano i movimenti, le vorticose evoluzioni delle opere di Armando Felpati.

Di fronte a queste composizioni l´osservatore prova un senso di vertigine, di smarrimento, sembra disorientato, instabile nei pensieri e nelle sensazioni. L´interpretazione che ne viene data è varia, dipende proprio dallo stato d´animo e dalla sensibilità di chi osserva. Il gesto pittorico è istintivo, crea figure non figure distribuite sulla tela in modo apparentemente casuale, sono simboli e simbolica è la loro lettura, sono immagini che si muovono e cambiano raccontando l´incertezza e l´insicurezza della società moderna.

Alla casualità delle forme si contrappone la precisione e la decisione nel segno che si armonizza con il colore.

L´atmosfera che ne scaturisce è di surreale dinamismo, spirali e vortici si muovono liberamente sulla tela togliendo all´osservatore punti di riferimento.

Il mondo immaginato in questi dipinti è un mondo freddo, come fredde sono le tonalità cromatiche e privo di calore umano, privo di vita è il cosmo, lo spazio infinito dove l´essere umano si sente smarrito, non ha più certezze e vede incerto e imprevedibile anche il futuro.

È in questo senso che le tele di Armando Felpati propongono un interessante e variamente interpretabile percorso segnico e mentale in grado di produrre emozioni.

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*** Riccardo Demel – presentazione mostra Ex Pescheria Vecchia di Este – gennaio 2001

L´arte di Armando Felpati è molto grafica, spesso quasi calligrafica. Necessita di narrare o descrivere quello che è il pretesto delle sue composizioni.

Tramite le forme astratte, lascia al fruitore di associare l´insieme con le esperienze universalmente conosciute.

È evidente che offre per il godimento dei puritani colori puri ben accostati e piacevoli, con una moltitudine di effetti materici non camuffati.

L´arte così lontana dalla natura, nelle mani di uno incolto potrebbe correre il rischio di sconfinare verso il kitch, questo non è il caso di Armando Felpati che, grazie alla sua cultura e grande sensibilità per il colore e capacità intellettive nel strutturare ed equilibrare le composizioni, può considerarsi un artista pittore e grafico molto dotato e competente, con grandi possibilità nel ramo della grafica tipografica e seriale.

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*** Orfango Campigli dalla mostra alla Galleria Einaudi a Mestre – “Il Secolo d’Italia” 24.07.1991

Armando Felpati mostra splendidi immagini di un paesaggio “cellulare” fantastico.

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*** Mario Stefani – Collettiva Sale Espositive Comunali di Via Einaudi – Il Gazzettino

Espongono: Adolfo Corredig, Vanda Dimattia, Armando Felpati, Ernesto La Rocca, Silvano Rampin, Lidia Rocchetto, Danilo Silvan, Grazia Zattarin. Hanno in comune, questi pittori, il senso dell´arcano, come giustamente e felicemente ha sottolineato, nella presentazione, Paolo Rizzi.

Hanno tutti il fascino del metafisico, del surreale, della mutazione della realtà, dell´illusione, del “tromp d’oeil”.

Fantasia e prospettive rovesciate, dove il mito appare recuperato dall´antichità e viene in realtà sconvolto.

Vi è tensione culturale e passione, slittamento semantico nei concetti metamorfici vissuti sulla tela in prima persona dal pittore.

Un identikit alla rovescia. Il gruppo Donatello ha tutte le carte in regola per stupirci.

Simbolismi e suggestioni culturali, valori metafisici in forme e gestuali si sommano senza elidersi in questo gruppo omogeneo.

I temi fondamentali di ogni artista, qui vengono vissuti in forma non ripetitiva, poiché è diversa l´angolazione con cui i vari problemi esistenziali ed estetici vengono vissuti.

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*** Paola Sartore dalla mostra “L´arte: rivoluzione e involuzione” all’ex oratorio delle Maddalene – Padova 1989

La pittura-gioco su legno di Felpati, frutto di una invidiabile abilità tecnica.

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*** Giuseppe Mesirca dalla mostra alla ex Villa Imperiale di Galliera Veneta (Pd) – 1989

…, e ricco d´estri e d´umori polemici, espressi su tavole in elaboratissime tarsie, bizzarre e allusive come certi Klee, è Armando Felpati.

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*** Vanda Dimattia dalla Festa degli Artisti a Padova – Galleria Donatello – 1995

Nei dipinti, nelle tempere e nei pastelli di Armando Felpati, la materia non presenta momenti di ristagno; alla precisione con cui sono delineati i profili corrisponde la cura estrema delle stesure. C´è una sapiente distribuzione dei toni e dei semitoni ed una cura dell´equa suddivisione dello spazio tra tinte.

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*** Roberto Morello dalla mostra alla Ex Pescheria Vecchia di Este (Pd) – Il Mattino di Padova – 2001

Armando Felpati, pittore impegnato che nelle sue tele dal cromatismo vibrante racconta delle insensate follie dell´uomo.

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*** A. Manzoni & C. Speciale Container – Il Mattino di Padova – 2004

Linee cosmiche

Spazi e segnali nei cieli di Felpati

Grandi scritte inserite nella composizione. Fluttuano, si insinuano, lanciano un messaggio graffiante. Denuncia o protesta, un ruolo spesso sostenuto dagli artisti del XX secolo. Un´epoca in cui l´arte secondo alcuni critici ha scoperto la sua vocazione sociale. E Armando Felpati opera in questa direzione perché non trascura gli accadimenti contemporanei, ne capta il sentire, i malesseri e le domande.

“Felpati è prima di tutto un grafico dotato di una grande sensibilità cromatica. E come grafico si affida al segno, gestito da una larga gestualità, governata però razionalmente, tesa ad una esattezza di definizione senza tentennamenti” dice Marinello.

Spazi siderali quelli creati da Felpati che predilige l´uso dell´acrilico e delle tonalità fredde di colore. Il risultato è quello di prospettare una visione coinvolgente di universi lontani, dinamici, vorticosi in perpetua evoluzione. E nello stesso tempo si tratta di una dimensione che rimane lontana e non ci appartiene. Nei suoi quadri compaiono tra una campitura e l´altra di colore titoli, scritte a caratteri evidenti che del quadro fanno a tutti gli effetti parte integrante. Lo animano, gli danno movimento nel senso di quel magma in evoluzione, di quegli universi di galassie lontane e irraggiungibili.

Armando Felpati che propone le sue Linee Cosmiche fino al 30 maggio nella sede dell´Ucai di Este si è formato a Padova e a Venezia. Ha frequentato l´Accademia di Padova e Venezia allievo di Mariano Missaglia. Si è specializzato al Centro Nazionale dei Mestieri Artistici a Venezia con il maestro Luigi Rincicotti. Iniziò ad esporre nel 1972 con associazioni culturali in Italia e in alcuni paesi europei. In occasione delle mostre è stato più volte premiato. “È proprio in questo smarrimento che sta soprattutto il messaggio di Felpati: l´uomo sta perdendo se stesso, sta perdendo il proprio passato, è proiettato verso un futuro incerto, imprevedibile, improbabile” secondo Marinello.


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*** Dr. Franco Tralli dell´Università inglese North West London University – Critico d´Arte e curatore dell´Enciclopedia Mondiale degli Artisti Contemporanei – Bologna 1983

Attestato di stima rilasciato all´Artista Armando Felpati, la cui attività culturale e professionale io giudico meritevole di attenzione a livello internazionale, e quale artista da me scelto per l´inserimento nella mia enciclopedia.


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*** Velardiniellano – Pittura astratta e grafica surreale in Armando Felpati – Napoli 1989

Felpati si cimenta da lustri con ingegno in tecnica mista con lacca, pastello, tempera, rappresentando le alternative vicende umane, ha creato una scuola di un futurismo arcaico, sin dalle sue prime personali nel ´73 nel Veneto, rilevandosi un uomo che come i suoi occhi così le sue opere parlano “nel silenzio” ricchi di una profondità interpretativa che colgono gli aspetti della vita oltre il rappresentativo, nei suoi meandri reconditi, di una purezza arcana liberatoria e pura, nuda di ogni velleitarismo di studi comparati, ma infusa soprattutto dalla sua personalità calda e cromatica.

La sua arte è studio poetico sulla vita impoetica, per cui ogni suo lavoro è ricerca sulla documentazione critica ove i mass media fan fatica a tener il passo alle sue continue elucubrazioni di colori, tratteggio, movimento, fissità d´immagine e soprattutto bisogno di dire.

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*** Claudio Giulianelli – presidente di Mega Art

Ho avuto il piacere di vedere le sue opere sul Suo sito personale, opere che trovo di grande armonia, quell’attorcigliarsi di quelle linee danno una sacralità grafica all’opera, complimenti sinceri.

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*** Roberto Ronca

Gentile Armando Felpati con grande piacere ti comunichiamo che la tua opera “La più bella armonia” acrilico 50 x 70 cm è stata selezionata per partecipare all’evento artistico internazionale Human Rights – La casa della Pace – Fondazione Opera Campana dei Caduti – Rovereto – Trento .
Il curatore Roberto Ronca ha apprezzato molto la tua opera e ti rivolge i suoi personali complimenti sia per l’idea che per il tuo talento.
Lo Staff di Spazio-Tempo Arte ti rivolge il suo caloroso benvenuto.
Rovereto, 3 maggio 2015

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*** Antonio Zoccarato

Bozzetti irreali
Questa è una sintesi, anzi alcuni sparsi versi, tratti qui e là dal Canto VI della prima sezione titolata Canto di Battaglia – risalente agli anni 1985-1988 – di un’opera inedita; versi sparsi che magari compongono una differente e meno angosciata poesia.
Il componimento ha tratto ispirazione dalle opere pittoriche di Armando Felpati, mio amico dall’infanzia, in particolare dall’osservazione attenta e appassionata di un quadro del 1977, che rappresenta semplicemente due figure stilizzate che si stagliano contro un cielo rosso dove splende una pallida luna bianca-oro; quadro a cui fanno riferimento alcuni versi finali della poesia.
La poesia procede a ondate di sensazioni, di riflessioni e di ricordi, che riflettono la visita a pinacoteche e musei, la vista di quadri e riproduzioni, l’ossequio a grandi pittori e perfino a prestigiosi cartoonist parimenti apprezzati, alcuni dati biografici della vita del pittore e dell’uomo stravolti poeticamente, e alcune rivisitate esperienze comuni con l’amico. Essa non pretende di essere una riflessione filosofica e culturale sull’arte pittorica, bensì un semplice e doveroso omaggio a un uomo, un amico, che ha dedicato la propria vita all’arte.
Anche la Nota, che fa da poscritto ai versi e che a mio parere merita il favore dello sguardo di chi ama o si occupa di pittura, vuole essere solamente un doveroso ringraziamento alla capacità di quest’arte di far sorgere nell’animo umano simili o più approfondite riflessioni.

Innanzi tutto dicono di amarti.
Amore che non ha poteri,
che distoglie da te lo sguardo

posato su promesse di felicità.
Sbiadite immagini –

Fortezze poggiate su fragili spalle
e marcite assi –

Babele di linguaggi e immagini

elettroniche che pochi giusti,
a fatica, appendono a muraglie
cadenti di chiese e musei –

io, pure –

ho visto quella Venere di Botticelli
sui pattini su quel muro di Venice,
California e murales variopinti –

e quella verde auto di follie,
di fronte a una bottiglia di pivo

in una kaverna a Stare Mesto in Praga
(tutti quei grandi alla Narodni Galerie);
e il nero Goya del Prado,

meditando sulla Pazzia, in ginocchio,
di fronte ai giardini di Bosh.
E ho respirato l’aria dei pittori inglesi

e il poetismo infantile di Rossetti
e il verismo dei fiamminghi
a Parigi; sedotto e ipnotizzato

dagli ori su vetro di Zecchin
e dalle collane dorate di Klimt
a Vienna.

I miei occhi antichi medicati
dalle rosee avanguardie –

Giovanni Serodine, Caravaggio, anch’io,
purtroppo, costretto ad amarli –

Immateriali copyright della nuova forma umana
(Manara, Cecioni, Zandomeneghi, Matisse –

o, forse, W. Kelly, A. Pazienza, Vaughn Bodé)?
“Nel duemila non ci sarà più niente”

Per fortuna Alessandro apre fiduciose finestre
nelle nebulose dei passati, e Lucio Saffaro
tiene gli avversi destini in equilibrio

su mondi in costruzione.
O a non più esistere saranno i muri
incatramati di Emilio Vedova?

Stanno costruendo nuovi giochi
di vetro e trasparenti capanne
e fragili ninnoli e sospiri

e cuori duri come un fiore
per nuovi bimbi e nuove bimbe.
E Tancredi Parmeggiani è un clown

Burlone che scrive con gli aquiloni
parole magiche sulle nuvole;
Pablo Echaurren salta sui vostri letti

e colora di luce e marmellata le vostre coperte;
Marcello Jori tiene regolati gli orologi
perché i ladri del tempo paghino pegno

a Momo incavolata.
Sì –

Ora, quel quadro l’hanno intitolato
“Il cane che ulula alla luna”
o “Uccelli di fuoco”,

ma poco importa il titolo o la firma:
“Due angeli” va bene
(uno terreno l’altro celeste),

o, se hai amato la poesia,
“La terra non ama il cielo”.
Hanno mille titoli per un solo quadro.

Troppo rosso? Troppa passione?
Con il tuo nome avresti dovuto cancellare
mille dolori, mille errori e mille ingiustizie,

e rifare e credere in un altro mondo
(con satirica disillusione
o con ironica illusione fauve).

NOTA: le notti sono bianche perché dominio della morte. Il bianco dei riti funebri dei popoli antichi; i morti colorati di bianco e il colore del lutto del Giappone. Bianche la bauta e la maschera del dottore della peste. L’oro bianco, metallo simbolo della morte: uno splendore inesplicabile di bianco e oro, dice ELIOT. E BLAKE nel sole si veste di bianco. Ma tutto ciò è già abolito dal gesto della morte: un’immagine che sprofonda, all’istante, nella notte (MICHEL BUTOR) si raffredda lentamente verso la notte, verso la morte (F. PONGE). Nero è il colore del mistero, come i veli bui dei capi tuareg, come i cavalieri neri dei romanzi cavallereschi e i mostri medioevali. Come i gatti neri che attraversano le strade. Svanire fa come per acqua cupa cosa greve. Idiosincrasie dei barbari bianchi nel razzismo verso i neri. La potenza bianca, nel suo contatto con i semplici popoli della vegetazione e dell’acqua: l’indiano implorante pietà, circondato dal drago, dal puma, dal giaguaro, dal topo, dalla volpe e dal gatto: sono il corregitor, il cacico, lo spagnolo, il prete e lo scrivano, contro i quali si renderà conto d’essere senza difesa (K. BRANDI). Più tardi, in quel sud di conquistadores e dittatori, quel contatto avrà creato gli zombi: gli esseri che trapassano dal mondo della morte a quello della disperazione; e, nel nord, avrà dato sibilante voce jass al sangue e alle lacrime nei campi di cotone, e agli stupri, mutilazioni e violenze dei padroni bianchi: nera musica della notte! Avvolto in un nero mantello è il bianco teschio della morte. E di negativo/positivo si riempie la simbologia e la ritualità di ogni luogo: facciate di chiese, cigni, duelli di cavalieri, divinità, cosmogonie, maglie, stemmi e stendardi. ELIOT: l’acqua bianca e nera si fa intuizione e significazione psicologica. Come l’acqua scura là dove si specchia la pallida luna nei sogni di FREUD. I messaggi onirici, inconsci, in bianco e nero di G. CREPAX, atti a decifrare, codificare e definire infine l’insonnia delle nostre azioni ed esistenze. Un mare che coll’eterno tempo siderale diviene un silenzio verde (ELIOT), cioè, la morte che muore e rinasce infinita forse in guizzanti pesci e foglie, eterno samsara delle mutazioni. Ma, allo stesso tempo, determina l’assoluta particolarità di ogni singolo avvenimento, da cui l’introiezione e l’elaborazione che, giorno per giorno fino all’ultima sillaba, andiamo registrando. E che in racconti, romanzi, libri e poesie, neri segnali in campo bianco, tentano di circoscrivere. Tranne, forse, in quella Storia Infinita che la visitazione notturna di un angelo ha dipinto di rosa e di verde. Tra il cielo e la terra s’ergono infinite cime di guglie che traboccano colorate tracce, graffiti e tarsie fin nei pavimenti dei grandi duomi. Cosi RIMBAUD (imboccato da HUGO e BAUDELAIRE) ha liberato i colori delle vocali e ha guardato direttamente agli uomini senza tanti intermediari se non il linguaggio e la poesia: per questo alla fine ha taciuto. Il mondo si è colorato di mille pitture e sfumature: nebbie e fumi gialli, dorati tramonti rosa e viola, giovani rossi, ore verde intenso e blu. E sangue e passione rossa come il fuoco. E fiori e farfalle e zeffiri e smeraldi e ametiste e arcobaleni. La terra, dipinta di verde e blu marino, d’azzurro e verdemare, di bruno e d’oro. E le stagioni, ognuna che porge all’altra i pennelli della sua tavolozza e dei suoi frutti. E il tempo, sospeso nelle mutazioni cromatiche del tramonto, risorge di nuova gloria perenne nella luminescenza splendente dell’aurora. E l’esperienza e la salda volontà, attraverso tutto questo e i cinque e contadini sensi, traggono insegnamenti e codifiche dalla percezione e dalla memoria storica dei fatti e dei paesaggi: formano un intreccio impossibile da tenere a mente, il disuso del quale crea un’ammalata coscienza che pesca nel magazzino dei ricordi le proprie azioni. Nel modo che chiamiamo inconscio poiché non ci sono note le regole di cui fa uso. Che induce i grandi a ridare forma e colore alle cose di tutti i giorni, a ri-definirle e a fissarle nelle tele affinché non rifuggano di nuovo nello scenario opprimente, informe e doloroso che ci circonda. Allo stesso modo, da tempo immemorabile, ha posto variopinte simbologie e corrispondenze con il divenire di tutti gli esseri e di tutti i giorni: il colore porpora per il potere e la sublimazione; il rosso per i sentimenti, i sensi impulsivi, le passioni ardenti, il sangue delle lotte, l’attività creativa e la purificazione; l’arancio per la crudeltà, la ferocia e la disperazione; il giallo per l’intuizione, l’intelletto e la sacralità; il verde per la percezione, lo studio, l’apprendistato, l’adattabilità, la simpatia, la decomposizione e la rinascita; l’azzurro per il pensiero, la profondità dell’anima, la spiritualità, i sentimenti religiosi, l’innocenza e la devozione; il viola per la nostalgia e i ricordi; il rosa per la sensualità e la resurrezione della carne; il grigio per l’indifferenza, l’egoismo e la neutralizzazione … Fermandosi forse dove la mente incontra i suoi dati originali.

Quale il colore per la paura, il coraggio, l’odio, l’amore, il dolore, la tenerezza? Quale il colore per la guerra, la fraternità, l’impudicizia d’un ragazzo che piscia in bocca a un morto, il pudore? Quale il colore per le ingiustizie e gli scherni agli oppressi, la bramosia d’un popolo, la scomparsa d’un’etnia, l’avvelenamento della terra, il timore della distruzione, l’assassinio d’un uomo, lo stupro a una donna, la morte d’un bimbo che muore di fame? L’assopirsi della ragione genera mostri. Ma dopo MILOSZ la vita non è più un sogno. E quel giorno, dopo la pioggia, un grande arcobaleno solcava il cielo conducendo un azzurrognolo gregge di nuvole alla terra.

Antonio Zoccarato

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